“Signora Odissea”, alla scoperta dell’essenza del popolo partenopeo
di Riccardo Brescia
Ci sono luoghi in città che nemmeno immagini. E non si tratta di attrazioni turistiche, pizzerie
gourmet o musei di nicchia. Si tratta di quella forma unica, antica, in cui si trasmette l’essenza di un popolo e la sua storia fatta di dominazione e dominati, di sovrani e di sudditi, di lingue e culture: il Teatro. Basta scorticare l’intonaco, scostare appena le tendine o districarsi un po’ tra bar, ristoranti e turisti per accorgersi che all’improvviso, di fronte a un portone quattrocentesco in piperno e castagno, c’è l’ingresso del Teatro TIN – Teatro instabile di Napoli. Un miracolo, di chi ci mette passione cuore, che ha trasformato un’antica cisterna di epoca romana in una sala teatrale unica nel suo genere. Sabato, per la rassegna In-stabilEstate Roberta Misticone e Titti Nuzzolese hanno riproposto il loro “Signora Odissea”, spettacolo nuovo e in continua evoluzione. Una dea – Circe – e una regina – Penelope – raccontano a turno parte della loro storia. La trovata consiste innanzitutto nel commento musicale – a vista – di Francesco Sant’Agata che con la sua chitarra collegata a un muro di mixer, computer e distorsori ha legato dall’inizio alla fine ogni momento in scena. Le due interpreti – poi – recitano a turno i loro monologhi e a turno si offrono alla collega indossando maschere realizzate da Sergio Misticone (maschere che richiamano il Teatro Greco), e interpretando in silenzio ora Filotea, una tigre, Euriclea, Argo e altre figure inserite nella messinscena. La Regina parla da Regina; la Dea parla da Dea. Entrambe trovano un comune denominatore nell’uomo che ne ha cambiato le rispettive vite, Odisseo, che nel caso della regina la abbandona per correre in aiuto di Menelao nel tentativo di riprendersi Elena dalla corte di Troia; nel caso della dea la abbandona dopo un anno di piaceri dissoluti e di amori vantati ma mai mantenuti. Dopo un’ora di racconti alternati, di cambio maschere, suoni, richiami alla Storia per eccellenza (ad unire le due donne c’è la commozione in scena delle brave attrici); dopo un rimbalzo di dolori, delusioni, speranze, destini noti e meno noti, le protagoniste svestono gli abiti del ruolo che hanno interpretato e tornano donne, Penelope e Circe: donne. Si guardano, si sfidano, si rincorrono come in una corrida e si affrontano in un duello di spade (di scena ovviamente) come se fossero due donne qualsiasi che lottano per lo stesso uomo (che peraltro le ha ingannate e tradite, entrambe). Solo allora, dopo aversele date di santa ragione, le donne parlando, si riconoscono e cedono all’altra il ruolo di vincitrice, in un rumoroso deporre le armi (bastoni in legno) che lasciano cadere sulle tavole. Le tavole dei palcoscenici in teatro per fortuna fanno ancora rumore e sono in grado di risvegliare chi si addormenta abbandonando la propria coscienza all’apparente immagine che di se presenta all’altro. Il pubblico ha assistito e ascoltato in religioso silenzio. Finché ci saranno storie e in grado di svegliare le menti e indurre al silenzio le voci inutili; finché ci saranno interpreti che si commuovono in scena; finché ci sarà chi ha voglia e talento per raccontare attraverso storie antiche le Storie contemporanee, varrà sempre la pena di scostare tende e sgomitare fra la folla dei decumani nei sabato sera e passeggiare tra pietre antiche col rumore, anzi il suono, delle tavole di un palcoscenico nascosto in un’antica cisterna romana: e poi, fare uno spritz.